Quotidianità – Parassitismo domestico

Insetti e parassiti

Che, detta così, fa pensare ad una invasione di insetti più o meno molesti tra le mura di casa, dove potremmo nominare quali parassiti d’elezione le zecche, piuttosto che gli acari o le cimici, esemplari zoologici che vivono l’ambiente, gli animali o le persone che lo abitano in funzione delle proprie necessità, esattamente come la tenia all’interno dell’intestino o gli acari della scabbia sottopelle, il loro habitat naturale, peccato che la pelle e l’intestino siano di qualcun altro.

E invece no, Siòre e Siòri, il parassitismo di cui ci occupiamo oggi è un comportamento umano, molto umano, talmente umano che alla fine si finisce per accettarlo come parte “normale” dei rapporti tra individui conviventi.

All’origine del fenomeno c’è, generalmente, una qualche forma di pigrizia o di ridotta funzionalità motoria da parte del parassita e ovviamente a danno della vittima.

Per fortuna c’è da dire che il parassitismo domestico non è mai mortale, stressante magari sì, in qualche caso esasperante, ma di parassitismo domestico non si muore; al massimo si divorzia.

Casa indipendente

I primi segni dell’instaurarsi del parassitismo io li ho verificati nel passaggio dall’appartamento alla casa indipendente.

La superficie domestica è passata dai 115 mq dell’appartamento ai 300 mq della casa, e qui scatta la prima variabile notevole: i 300 mq sono su 3 piani da 100 mq l’uno, per cui spesso le traslazioni di persone o cose vengono svolte non solo in orizzontale, cioè sul piano, ma per le scale, per passare da un piano all’altro.

L’accumulo di macerie di tutti i generi nell’ingresso di casa al piano intermedio, ha iniziato a preludere a richieste tipo “amore, mentre vai di sotto, porta anche tutto quello che c’è sulla sedia in ingresso e per terra vicino alla scala, poi lasci i contenuti 1 e 2 in lavanderia e il 3 e 4 invece li porti in tavernetta/ cantina (secondo le volte)”.

Detto così l’episodio non dice nulla, perché è normale che quel giorno, per attività motorie impegnative svolte in precedenza, sotto ciclo, sotto pressione per la salute del criceto, in attesa spasmodica della ricrescita delle unghie, provata da una telefonata di 40 minuti con una sorella più rincoglionita  del solito o semplicemente affetta da mancanza di volontà di fare le scale, Lei si rivolga a Lui (io) e con affettuosa nonchalance chieda una cortesia che Lui, da gentleman (sempre io, of course), esegue con un flautato “sicuro, amore mio”.

Quando però la frequenza di apparizione delle macerie sulla sedia dell’ingresso o all’inizio della scala comincia ad avere valenza plurisettimanale se non giornaliera, oltre che pericolosa nell’infilare la scala occupata dallo scatolone di una batteria di pentole, o dei pezzi di qualcosa di mai chiarito ma sicuramente recuperato in qualche posto poco raccomandabile, alla affettuosa richiesta di Lei di movimentare il mondo in vece sua, perché Lei al massimo arriva a lasciare tutto in ingresso, comincia a manifestarsi il dubbio da parte di Lui: “non è che mi sta prendendo per i fondelli e semplicemente trova più comodo mandare me a fare lo Sherpa su e giù per le scale, neanche fossimo sull’Himalaya?”

Da questo momento in Lui scattano dei sensori finalizzati ad individuare le paraculate di Lei e l’elenco inizia ad allungarsi.

Perché nella routine della quotidianità spesso non ci si rende conto di quanto parassitismo ci sia, se non andandoci a sbattere e sentendosi peraltro rispondere: “guarda che non è cambiato niente, sono anni che fai le stesse cose, ma adesso, chissà perché, hai deciso di tenerne il conto.”

Animale da soma

Col che ti senti ancora più cretino, perché se ci fai mente locale, è vero che sono ormai vari anni in cui, nella premiata imitazione del “somaro” in quanto animale da soma, ti propongono la nomination come “miglior animale non protagonista”, che tu rifiuti con sprezzante umorismo.

E invece se ne sono accorti tutti tranne te, che continui per consolidata abitudine a spostare oggetti di ogni genere per i vari piani di casa, fuori casa, a casa di qualcun altro, per strada “mi porti la borsa? la trovo pesante!” – “allora non riempirla dei ricambi di una ruspa”, verrebbe da rispondere, ma per quieto vivere e assumendo quell’aria “non sono gay, la borsetta non è mia, è inutile che mi guardi  in quel modo, appena divento gay ti chiamo”, fai il tuo ingresso in locali pubblici nei quali la borsa frou frou addosso a te, fa lo stesso effetto di una chiazza di sugo su un abito da sposa.

Ristorante

E non paga di aver consolidato il proprio ruolo di parassita motorio, Lei sviluppa ulteriori forme di “comodità” a carico di Lui sostituendo le proprie scelte alimentari con incursioni nel piatto altrui.

Spesso (sempre) capita che alla domanda del cameriere “la Signora cosa prende?”, la risposta sia “faccia prima mio marito mentre io mi documento”.

Non si sta assolutamente documentando su nulla ma, dato che spesso (sempre) abbiamo gusti comuni, sta aspettando di vedere cosa prendo io e poi, semmai, introduce un piccola variante sul menù scelto da me.

Dove peraltro non appena il cibo arriva in tavola, la mia zecca affettuosa mi infila la forchetta nel piatto e viene a verificare “se sia meglio la mia versione o la tua, così la prossima volta so cosa prendere”.

Non è assolutamente vero, la prossima volta sarà esattamente come questa!

Una delle migliori espressioni di parassitismo domestico in cui da un po’ si lancia la mia “piattolina amorosa” (della cui esistenza devo informare Amedeo Minghi, chissà voglia farci un sequel), è farsi venire le voglie ad induzione di stimolo esterno.

Tipo: mi viene una voglia di Crackers con maionese, se Lei mi vede, parte con “li stai preparando anche per me?” cosa a cui non stavo assolutamente pensando perché non associo mai una mia golosità del momento al fatto che “qualcuno” abbia la stessa solo perché l’ho avuta io.

E invece la risposta deve essere “si, ammore” perché se mi scappa di dire la verità, tipo “non ci stavo pensando perché non sono nella tua testa, bocca, stomaco etc…” rischio il “una volta ci avresti pensato, vuol dire che non mi ami più”, con tutte le drammatiche conseguenze di cui questa frase è generalmente foriera.

Colazione

E ancora: Lei fa colazione prima di me e quando io arrivo a tavola si sta alzando – mi vede arrivare e si risiede – aspetta di vedere cosa porto in tavola oltre al caffè e di fronte alle fette biscottate con burro e marmellata, si ripropone “buone, le prepari anche per me?” – ma come, dico io, tu ti stavi già alzando dal tavolo e ti rifai la colazione pur di “condividere” le fette biscottate con la stessa marmellata e burro che hai visto in frigo 10 minuti prima di me? Perché prima non erano interessanti?

Poi ci rifletto e svelo l’arcano: se vede gli ingredienti in frigo è un conto, se se li trova nel piatto già confezionati, ovviamente la cosa assume tutto un altro aspetto, ma il problema non sta nella preparazione, quanto nel fatto che se lo faccio io allora viene voglia anche a Lei.

Qui il parassitismo assume valenze psichiche o psichiatriche a scelta di chi legge o di chi interpreta.

E questo vale per tutto, dal caffè alla bresaola, passando per i marrons glaces e arrivando ai salatini confezionati o di pasticceria:  che stia degustando una delikatessen o inghiottendo una porcheria da fast food, se lo faccio io, allora s’ha da fare.

Sto facendo un training, inizialmente per accettare il parassitismo domestico, poi per debellarlo.

La tecnica di sblocco è semplice quanto crudele: devo, sforzandomi alquanto, preparare cibi dall’apparenza forzatamente appetitosa e poi fregarla con gusti assolutamente repellenti, tipo caffè salato e con il limone, nutella con la salsa al rafano (ci devo provare, le premesse di schifoseria immangiabile ci sono tutte), ketchup corretto peperoncino Habanero extra ultra super super super piccante, dove al primo assaggio ti si spella la lingua e non basta neanche raffreddarla ad azoto, e via altre forme di deterrenza in rapida successione nel breve periodo, in modo tale da “consolidare il trauma”.

Forse è così che funziona

Poi ci penso un attimo e vedo il fenomeno sotto una luce migliore: non è che siamo insieme da così tanti anni che la condivisione di quasi ogni cosa ha preso il sopravvento sulle rispettive individualità e, alla fine, fa parte della nostra maniera di essere coppia?

Probabilmente è così, ma almeno nel ruolo del “somaro” devo chiedere una tregua, c’è il rischio che qualcuno mi getti sulla schiena una coppia di gerle cariche di macerie, e poi vagli a spiegare che fai il somaro solo per la tua zecca: potrebbe non capire.

Buona giornata

L’impertinente

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