Politica – Superdonald

Superdonald

E’ ufficiale: se qualcuno mai avesse avuto dubbi sulla competenza presidenziale di Donald, ora quei dubbi non è più autorizzato ad averli.

Dopo l’atteggiamento filo nazista e filo razzista degli ultimi giorni sui fatti di Charlottesville, nonostante il silenzio assordante da Pyongyang, il comportamento di Donald è ufficialmente quello di un rinoceronte ubriaco in un negozio di porcellane, che dico, di cristalli, o meglio, di chi si taglia il pisello per fare dispetto alla moglie.

Sembra incredibile, ma anche nei momenti in cui potrebbe limitarsi a tacere evitando di esporsi, gli scappa un tweet con il quale riesce a far sapere al mondo ogni singola cazzata che pensa, e ne pensa una quantità industriale.

Ku Klux Trump

Dopo avere assunto l’atteggiamento di chi mette sullo stesso piano l’aggressività  del Ku Klux Klan e della Supremazia Bianca con gli antirazzisti, è riuscito perfino ad inventarsi lo scioglimento preventivo dei due gruppi di consiglieri economici della Casa Bianca.

Della serie: “ce ne sono talmente tanti in fuga che prima di ritrovarmi da solo li caccio io”.

Grande Donald, gira voce che stia pensando di sciogliere il partito repubblicano perché, da quando c’è lui come Presidente, sta avvenendo una diaspora incontrollata, tanto i parlamentari del Great Old Party  non vogliono essere associati ad alcuna delle iniziative deliranti che il Presidente partorisce ogni mattina, tra una sgrullata di pisello e una twittata in libertà.

I servizi stanno diventando pazzi: contraddirlo non si può, perché ti “dimette” in 30 secondi, censurarlo nemmeno perché se ne accorgerebbe, raddirizzarlo nemmeno, perché un americano di settant’anni che non ha ancora capito cosa fa il Presidente degli Usa, è irrecuperabile, soprattutto se è il Presidente.

Siamo ormai alla vergogna  istituzionale omnia mundi: i portavoce del governo americano non sanno più cosa dire al mondo per la paura di essere smentiti dal Presidente stesso, che dotato abitualmente della coerenza di una bandiera segnavento alla seconda bottiglia di whisky, spara qualunque cosa gli passi per la testa senza tenere conto delle conseguenze.

Jeff Bezos

Non più tardi di un paio di giorni fa, nel bislacco tentativo di “giocare sporco” come suo solito, nei confronti di Jeff Bezos, editore del Washington Post nonché testata ultra critica nei confronti dello stesso Donald, ha accusato Amazon, principale società di Bezos, di danneggiare gli interessi americani sottraendo posti di lavoro e svantaggiando i piccoli negozi Usa a favore di operatori stranieri.

Tutti sappiamo che un parere espresso dall’uomo della strada lascia il tempo che trova, ma un’accusa del genere proveniente dal Presidente degli Usa ha causato una perdita immediata di 5 miliardi di $ sul valore delle azioni Amazon, valore che poi è stato parzialmente ma non totalmente recuperato nella seduta in corso.

Gli azionisti di Amazon, negli Usa e in tutto il mondo, ringraziano sentitamente.

No comment

Nel disperato tentativo di far vedere al proprio elettorato che “fa qualcosa”, usa sempre e solo la stessa strategia: inventarsi un nemico con la sicurezza che gli insoddisfatti cronici e i piantagrane saranno sempre con lui.

Quindi se il balengo di Pyongyang tace, non permettendogli di fare la famosa sfuriata quotidiana a base di “sterminio, tabula rasa, devastazione e incenerimento”, c’è bisogno di qualcosa o qualcun altro che gli dia modo di sfogarsi.

La cosa triste è che tutta la comunicazione della Casa Bianca, dopo la sua elezione, è stata una continua minaccia verso qualcosa o qualcuno dentro e fuori gli Usa, ma mai che dall’ufficio ovale sia partita una proposta di iniziativa realistica in grado di portare vantaggi condivisibili da entrambe le parti dello schieramento parlamentare: come un pugile suonato, Donald sa soltanto fare smorfie da mediatore di bestiame, articolando sempre le uniche parole, rubate anche quelle, of course, al mitico Ivan Drago “ti spiezzo in due”.

Probabilmente traendo consolazione da quella fetta di irriducibili analfabeti, economicamente sottosviluppati che continuerebbero a votarlo a prescindere da qualunque idiozia, perché gli riconoscono il potere divino di una ricchezza per loro irraggiungibile, se ne frega allegramente del fatto che per il resto del mondo ogni sua parola sia una gag “fuori moda, fuori posto, insomma sempre fuori, dai”, come profeticamente dice la canzone.

Usa i fondi dello stato come un bancomat a cui attingere senza pietà per tutti i suoi lussi, tant’è che pare che l’amministrazione abbia chiesto un supplemento di fondi al congresso perché ogni weekend sposta interamente il clan Trump in Florida, con relativi servizi di sicurezza di centinaia di uomini e una profusione di aerei ed infrastrutture per gestire il tutto.

Mai che al congresso sia arrivato, che so, un piano in 5 step per aumentare l’occupazione attraverso partnerships con operatori economici, in modo da non gravare direttamente sulla cassa del paese e compensare così, tutti o parte dei costi della sanità.

Mai che al posto di una pericolosa supercazzola infuriata contro l’irrigidimento tardivo dei profilattici presidenziali, sia arrivata una proposta di convenzione per l’aumento del turismo culturale da paesi esteri.

Dato che il riscaldamento del pianeta è un’invenzione dei cinesi, quindi del nemico, mai che venga organizzata una sessione congiunta con altri paesi del mondo per concordare strategie di sviluppo comune e sostenibile, si sa mai che gli tocca andare d’accordo con qualcuno.

Toilet room

Poi, da quando si è saputo che le idee di Donald vengono partorite nottetempo e in solitaria, nella toilet room della Casa Bianca, tutti si spiegano il perché di certe sparate: doveva lasciarle andare giù per il cesso, non ripescarle con le mani prima dello sciacquone e tentare di rivenderle al mondo, perché le idee recuperate dal cesso si riconoscono dalla puzza.

L’unico che non la sente è lui, che politicamente producendo solo quelle, ci si è ormai abituato e spera che si abituino anche gli altri, senza riconoscere che il mondo ha conosciuto ben altri Presidenti degli Usa, con i quali, nel bene e nel male, lui non potrà mai essere paragonato.

Credo che se fossi un Bush (padre e figlio), un Clinton, un Obama, un Reagan mi sentirei in vena di querele per essere accostato a tal “Presidente?”

Per incredibile che sembri, quando Donald è a favore di qualcuno, quel qualcuno rappresenta le peggiori attitudini della razza umana, ma non è mai a favore di qualcosa di socialmente costruttivo e non conflittuale.

Per ora mi consola il fatto che, di questo passo, avrò sempre qualcosa su cui scrivere senza correre il rischio della mancanza di argomenti, poi quando se ne andrà (perché per fortuna se ne andrà anche lui) ne cercherò un altro di cui “cantare le lodi” nella speranza che, almeno ogni tanto, mi dia un motivo per congratularmi con le sue iniziative, cosa che con Donald difficilmente capiterà.

Donald “smart face”

La buonanima di Adolf, che qualche articolo fa si compiaceva dall’inferno dell’arrivo di buone notizie nella veste dei proclami di guerra del fenomeno, oggi sta cominciando a storcere il naso: “ma se non ti prendono sul serio neanche i rotoli di carta igienica nei cessi della metro, come fai a sperare che lo facciano altri, magari più preparati, più intelligenti, più organizzati e meno incasinati di te?

Ma allora non hai capito niente?”

Donald, con espressione stolida, si sta ancora chiedendo chi diavolo sia questo Adolf che continua a farsi i fatti suoi.

Buona giornata

L’impertinente