Cronaca – Nobel per lo sterminio

Aung San Suu Ki

Nel silenzio assordante del governo birmano continua ormai da alcune settimane la pulizia etnica organizzata dall’esercito contro la minoranza di religione musulmana dei Rohingya, costretti a fuggire in Bangladesh per non essere sterminati nelle loro case.

Al di là dell’atrocità in se dell’operazione, nella quale vengono uccisi indifferentemente uomini, donne e bambini, la cosa che maggiormente risalta per l’opinione pubblica, informata da Amnesty International, è che l’esercito artefice di tale pulizia fa capo ad un governo guidato da un premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, che a suo tempo è stata insignita, oltre che del Nobel di numerosi altri riconoscimenti, in quanto personaggio fondamentale per la ricchezza dei valori perseguiti nella lotta non violenta contro il regime militare che opprimeva la Birmania, oggi Myanmar.

Al di là dello stupore per una così stupefacente mutazione nel comportamento e nei principi di Aung San Suu Kyi, la maggioranza dei media riporta dello sterminio in corso e del biasimo internazionale ma nessuno o pochissimi di loro si pone la domanda del “perché”.

Immagino che se un domani ci fosse Hitler a regalare cioccolato ai bambini ebrei, ci si stupirebbe e la richiesta del “perché prima i forni e adesso il cioccolato”, la logica conseguenza.

Ora, pur ammettendo che io non abbia letto o trovato tutto quanto in circolazione sull’argomento, mi chiedo: per quale motivo apparente la San Suu Kyi accetta quanto sta capitando e la stampa di tutto il mondo non riesce ad esercitare una pressione tale da far saltare fuori una motivazione per il genocidio?

Tutti parlano del fatto e nessuno sembra interessato alla causa: come mai un Nobel per la pace, a sprezzo del consesso civile che le ha attribuito il riconoscimento, è passata dal cioccolato al mitra, dalla non violenza allo sterminio organizzato?

Forse della Birmania sappiamo poco, ma tra passare dagli annosi conflitti interni tra etnie ad organizzare una pulizia etnica eseguita dall’esercito, direi che il passo è piuttosto lungo: alle Nazioni Unite potrebbe interessare o della Birmania non frega niente a nessuno?

Potrebbe essere che Aung San Suu Kyi sia la “testa di paglia” messa a fare da immagine rassicurante a un regime militare uguale a quello che lei stessa ha combattuto?

E allora, una volta in più, perché?

Buona giornata

L’impertinente

 

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