Politica – Grillocrazia della speranza

Grillo e Di Maio

E così, non potendo scegliere nessun altro che non sia il “meno peggio”, l’assemblea di Rimini decide di incoronare il meno peggio dei meno peggio, Luigi Di Maio, a candidato premier, capo partito etc… consegnando di fatto al lui la guida del MoVimento.

Sfoderando una di quelle alchimie che si possono far digerire solo con la capacità di suscitare simpatia a prescindere da qualunque buonsenso, il Beppe dice al popolo: “dobbiamo (chissà poi perché) fare la farsa delle votazioni ma dato che di fatto conoscete solo Di Maio, per favore andate in rete a votare Di Maio”.

E ben in 37.000 hanno dato seguito all’appello di Grillo, votando si immagina con una percentuale bulgara l’unico candidato necessariamente meno peggio perché unico noto, con la speranza che da qualche parte, nel caso improbabile che i pentastellati riescano ad andare al governo, qualcuno lo aiuti a levare le castagne dal fuoco, per lui e per il paese.

Il fatto è che alla nomina del meno impresentabile avrebbero potuto partecipare tutti, per cui la scelta di Grillo assume carattere di investitura divina, di nomina a principe ereditario, a prescindere o meno da quel che potrebbe pensare la “base”.

Lo strano e per fortuna non foriero di conseguenze nefaste, almeno al momento, è che la base ci sta.

In qualunque altro partito una operazione come quella “Grilleggiata” dal Beppe avrebbe suscitato la levata di scudi di quei 2 o 3 mila sognatori di ruolo che in quello del candidato premier si sarebbero visti benissimo, invece qui si assiste alla sparizione temporanea di Roberto Fico e alla totale non apparizione di Alessandro Di Battista, ne in audio ne in video, di cui si dice abbia ricevuto la promessa di diventare vice premier, e in funzione di ciò mantiene un low profile.

Una volta si sarebbe definita “paraculata” o votazione di facciata con risultato scontato, “vi do una sola alternativa, votate quella”. Oggi  evidentemente la ricerca disperata degli elettori del M5S di un qualcosa che funzioni, li porta serenamente ad accettare un fatto che in Italia sta diventando normalità: il non esercizio della democrazia.

Dal che il ricorso storico: gli italiani sono pronti ad accogliere l’uomo della provvidenza, quello seguendo il quale si ricomincino a vedere i risultati, dove tra i valori positivi la “libertà” di strillare qualunque cosa tanto non serve a niente, sta lasciando il posto al reddito, alla sanità che funziona, all’istruzione, alla giustizia, alla prospettiva futura per sé e i propri figli, perché magari qualcuno che vorrebbe fare figli ancora c’è, ma non a condizione di doversi vergognare tutta la vita con i figli per averli fatti nascere in un posto senza speranza.

E magari stavolta, chiunque sia il “non democraticamente eletto” potrebbe arrivare a guidare il paese senza una marcia su Roma; poi da lì a riuscire a fare qualcosa è ancora lunga, sicuramente non è facile, ma almeno è un primo passo.

Buona giornata

L’impertinente

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