Quotidianità – Istruzioni di servizio

Etichette di servizio

Esci dal negozio con la tua maglia nuova nel sacchetto e cerchi di memorizzare di dover far sparire in qualche modo il cespuglio di etichette che ci sono attaccate.

Una volta le etichette riportavano due voci: il nome del produttore e la taglia, ed erano posizionate in luoghi nascosti o comunque non in prossimità degli orli.

Poi giustamente si è cominciato ad allegare le istruzioni per il lavaggio, perché a meno di essere un perito tessile, negli ultimi anni non si riesce più a capire di che accidenti sono fatti i tessuti e, peggio che mai, come vanno lavati.

Il posizionamento si è spostato vicino agli orli per favorire il lavoro dei commessi, che con il vecchio sistema dovevano girare a contrario ogni capo per leggere le taglie e…. voilà, l’industria globale ha preso il sopravvento.

Una miriade di simboli è finita  al posto del volgarissimo “lavare a mano a 30 gradi” o “lavare in lavatrice a 50 gradi” e oggi siamo a “stirare al rovescio con una mano sul cuore e l’altra sul capo”, dove più che una stiratura pare un rituale VooDoo, in cui il “capo” può essere il tessuto o la tua testa,  per scongiurare che l’oggetto stinga, si restringa, o sviluppi altre forme di comportamento autonomo di cui pentirsi successivamente, senza peraltro spiegare con quale mano impugnare il ferro da stiro, se due sono già impegnate.

E poi i diritti del cliente di sapere tutta la storia delle pecore, se di lana si tratta, o delle bottiglie di plastica se di pile o fibre simili.

Allora il fascio di etichette si arricchisce della “tracciabilità” del prodotto, cioè di tutta la filiera che ti permette di risalire al lavoratore, generalmente cinese, pakistano o indiano, che ha gestito la macchina che tesseva la lana di Nerina (tradotto dal Pakistano), pecora bianca generalmente poco attenta all’igiene, e di CoCo (non tradotto dal Francese), pecora dalle ambizioni non troppo celate, con la quale è stata confezionata in vari bagni di tinture anallergiche la tua maglia.

Per non parlare della provenienza delle bottiglie in PET quando si trattasse di materiale sintetico, il tutto ovviamente in 36 lingue, scritto in caratteri così piccoli che trovare la tua è opera da svolgere con la lente d’ingrandimento.

Così tu che l’hai comprata spinto da un qualunquistico “mi piace”, ti trovi a dover scegliere quali tagliare e quali tenere, pena la perdita di istruzioni fondamentali per la durata della maglia, che senza il libretto di istruzioni dura da Natale a Santo Stefano (forse).

Nel dubbio di estirpare l’etichetta sbagliata ti rassegni ad andare in giro con il fiero cipiglio di una mortadella alla fiera del paese, con la etichette sventolanti dal bordo inferiore o dalla scollatura, rendendoti ormai conto di essere in buonissima compagnia di altrettanti insaccati a cui sporge il ciuffo di istruzioni, quale elemento di affermazione della qualità.

Almeno, se dovessi finire al Pronto Soccorso d’urgenza, conosceranno la provenienza del cachemere che stanno affettando con le forbici di servizio e potranno iniziare a dire un “requiem” per la maglia, sperando non ne debbano anche dire uno per te.

Buona giornata

L’impertinente

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