Cronaca – La bara di ferro

Il sommergibile Ara San Juan

In questo, purtroppo, sembra ormai essersi trasformato il sommergibile argentino Ara San Juan scomparso giorni fa nel suo ritorno alla base di Mar della Plata.

Sui motivi e le circostanze del suo probabile affondamento si sono sprecate e si sprecheranno fiumi di parole, ma una considerazione logica e di basso profilo si impone su qualunque altra.

Perché secondo voi una nazione come l’Argentina, non più in guerra dal tempo delle Falkland, peraltro contro il Regno Unito che aveva a suo tempo dimostrato con una potenza militare soverchiante quanto potesse essere impegnativa una resistenza della marina di Buenos Aires contro le navi di Sua Maestà, perché, dicevamo, dovrebbe tenere in servizio un sommergibile diesel/elettrico di 30 anni ormai più simile a un ferro da stiro e all’incirca con la stessa utilità?

In un mondo dove le eventuali battaglie si combattono con i missili, magari lanciati da unità subacquee a propulsione nucleare con autonomia di sei mesi o più senza riemergere, dove i sistemi di superficie segnalano un sottomarino a distanza di kilometri, a cosa serve un lanciasiluri di oltre 30 anni se non a far rischiare la vita a 44 persone di equipaggio?

Purtroppo è quello che è successo. Tra funamboliche ipotesi di missione segreta partorite da giornalisti con il neurone iperattivo e angosciate ricerche dell’unità scomparsa, l’unica verità è che il pezzo di ferro, varato 34 anni fa, non doveva più essere in giro per il mondo da almeno 5/10 anni, a seconda dello stato di manutenzione a cui poteva essere stato sottoposto.

Perché nulla può compensare l’usura di 30 anni di mare, dove se per una barca di superficie sono normali, per un sommergibile sono molti.

Anche se l’interno fosse stato rifatto completamente, dove pare che dal 2007 al 2014 abbia avuto una ristrutturazione importante, rimane uno scafo esterno e una struttura  che non può non aver risentito del tempo, della salsedine e delle pressioni a cui un sottomarino viene sottoposto in immersione.

A questo si aggiunga il fatto che sembra l’ultimo segnale avuto dal San Juan fosse una possibile esplosione a bordo, elemento sul quale si vengono ad accavallare tutta una serie di ipotesi infauste, che data la recente ristrutturazione farebbero pensare più che altro all’errore umano.

Rimane il fatto che, se con tutta la tecnologia di cui disponiamo, non esiste un sistema automatico che sganci grappoli  di radio boe verso la superficie in modo da far localizzare il natante quale sistema per agevolare i soccorsi, allora quel sottomarino veramente non doveva stare in mare.

E se il sistema c’è, perché non ne era dotato? E’ possibile che la malattia della segretezza a tutti i costi che da sempre caratterizza l’attività dei sottomarini, sia arrivata al punto di farne preferire l’affondamento piuttosto che un soccorso da parte di terzi, magari “non autorizzati” a vedere le meraviglie tecnologiche del ferro da stiro diesel?

Con buona pace dei 44 marinai di equipaggio chiusi per sempre in una bara di ferro a chissà quale profondità, ammesso che il San Juan abbia resistito alla pressione oltre una certa quota, sennò più che una bara sarebbe una lattina schiacciata da migliaia di tonnellate d’acqua per cmq, poco più di un foglio di carta insomma.

I 44 marinai morti sulla coscienza di chi si ostina a tenere in giro un pezzo di ferro inutile dal punto di vista militare e pericoloso da tutti gli altri.

Buona giornata

L’impertinente

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