Quotidianità – Cibo o religione?

Mucca vegana

Alzi la mano chi, almeno una volta, non si è scontrato con l’intransigenza rabbiosa e colpevolista di un vegano (generalmente una Vegana, per i maschi è più una scelta personale che non necessariamente una guerra santa), che ne fa, se appena le viene concesso lo spazio di una obiezione, una questione da codice penale.

Sì perché, come avrete notato, il vegetarianesimo che esclude la carne e il pesce per scelta etica nei confronti degli animali, ma ammette tutti gli altri derivati quali latte, uova e formaggi, non viene propagandato con la stessa aggressività del veganesimo, in quanto non così estremo da suscitare reazioni contrastanti. Invece il veganesimo…

Nella maggioranza dei casi la reprimenda scatta non appena l’alimento di origine animale arriva tra le vostre mani e, se avete la sfiga di avere un qualche genere di rapporto personale con la “Vegana da guerra”, magari travestita da “assistente” a  qualche categoria di individui più o meno disagiati, quindi praticante una di quelle professioni “falso buonista” che fanno molti di coloro che vogliono una legittimazione professionale per imporre la propria volontà agli altri, vi sentite apostrofare con qualcosa di truculento sul genere di:

Panino salame
  1. “sai come è stato ucciso il maiale da cui arriva il tuo salame?”
  2. “ti stai ingozzando di carne morta, necrofago!”
  3. “è buona quella palata di antibiotici, ormoni, schifezze assortite con cui è fatto il tuo salame?”
  4. “se stai invitando un tumore a venire da te sei sulla strada giusta, insisti che prima o poi arriva”
  5. “sa ancora di pollo o il gusto degli estrogeni ha coperto tutto il resto?”
  6. “gli allevamenti sono campi di sterminio in cui gli animali soffrono l’impossibile e tu ti nutri delle tossine di animali morti tra tutti i generi di atrocità!”

Ora, generalmente, di fronte al prosciutto fresco di taglio dal banco del salumiere, magari infilato tra due metà di una pagnottella croccante, la vostra disposizione di spirito è un po’ diversa da quella violentemente evocata dalla “Vegana da guerra” e, quanto meno, vi rovina la poesia dell’incontro con il panino da lungo tempo atteso e pregustato.

Dato che, a tutt’oggi, sono di vendita libera gli alimenti basati su carne animale, per la volontaria compromissione del piacere del  panino io individuerei, se esistesse, il reato di “premeditata devastazione di momento estatico”, punibile con pene variabili dall’ascolto continuativo trimestrale di “Felicità” di Albano e Romina fino ai casi più gravi nei quali sanzionare la colpevole forzandola a rimanere sveglia durante l’ascolto semestrale di tutte le interviste rilasciate da Bersani dal ’95 a oggi (il massimo della crudeltà, smacchiamento dei giaguari incluso).

Personalmente e senza voler per questo fondare un partito politico in difesa del culatello o della cruda all’albese, mi sono preso la briga di analizzare il punto di vista dei vegani e della loro religione, perché alla fine, di questo si tratta.

Senza voler in alcun modo imitare l’aggressività dei talebani verdi, mi sono annotato alcuni pensieri in risposta alle loro argomentazioni.

Il primo passo è: carnivori sì, carnivori no.

leone vegano

Qui la cosa è abbastanza semplice: la natura ha scelto di far evolvere determinate specie attraverso una alimentazione fondamentalmente, quando non totalmente, proteica, determinando così i caratteri di sviluppo e comportamento della specie stessa, per cui non credo che uscendo da questi presupposti potremmo avere i felini, tanto per fare un esempio, e gli squali o la maggioranza dei pesci, vegani.

Semplicemente non avremmo nè i felini né i pesci e l’evoluzione avrebbe preso strade diverse.

Non mi immagino alcuna specie animale che vive in un clima ostile alle piante, dove le necessità caloriche e proteiche sono un imperativo, non nutrirsi di altri animali: si sarebbe estinta e basta!

Per cui se nell’ambiente o nei comportamenti alimentari possiamo individuare i componenti dell’evoluzione, direi che sarebbe corretto tenerceli così come sono e non cercare di far diventare vegano un leone.

In rapporto alla sofferenza delle vittime di tale alimentazione, non so e non credo che il luccio o il barracuda abbiano mai visto in un altro pesce un soggetto più o meno senziente, ma sicuramente hanno visto uno spuntino al momento del bisogno, e sai com’è…

Questo vale anche per la vittima, consapevole o meno del suo ruolo in natura, di pasto o di commensale a seconda dei momenti, con la sola differenza che il ruolo di pasto si può assumere una volta sola.

All’obiezione “ma tu sei umano e senziente per cui puoi scegliere se fare del male o meno” vorrei ricordare alla “Vegana da guerra” che io sono ciò che sono appunto perché, in epoche non condizionate da buonismi di vario genere (il prossimo articolo lo scriverò sulla differenza tra bontà e buonismo, perché mi sembra che ci sia un po’ di confusione al riguardo e i buonisti siano molti più dei buoni), mi sono alimentato nella maniera che mi ha fatto vivere fino a oggi, a ciò attribuendo tutti i miei esiti dal punto di vista fisico, emotivo, preferenziale e tutto ciò che sono io adesso, di cui, peraltro, non posso che essere soddisfatto e non cambierei neanche una virgola.

A differenza di lei (la Vegana da guerra) che, in un discreto numero di casi probabilmente insoddisfatta di se stessa, cerca uno scopo da dare ad una vita nella quale altrimenti non si riconosce, e si iscrive per corrispondenza (oggi si dice online) a una crociata sull’alimentazione, con la consapevolezza più o meno reale di far parte finalmente di un “gruppo” cioè un’entità sociale in cui rifugiarsi tra persone che la pensano come lei e dalla quale trarre energie per affrontare coloro che non la pensano come lei.

Insomma, in estrema sintesi, una seminatrice di conflitti, una piantagrane.

Secondo passo: l’allevamento degli animali, fino ad oggi gestito senza controlli con il solo scopo di generare profitto per l’allevatore e, di conseguenza, sofferenze infinite all’animale.

Qui la Vegana da guerra mi trova assolutamente d’accordo nel sostenere, con tutta la forza che i mezzi di comunicazione rendono disponibile, che la vita degli animali da allevamento, così come è gestita attualmente è un crimine, sia nei confronti degli animali che di coloro che, successivamente, di detti animali finiranno per nutrirsi.

allevamento biologico

Sono personalmente dell’idea  che l’animale da allevamento debba essere cresciuto nella maniera più Biologica possibile, permettendo e anzi agevolando il comportamento che avrebbe in natura, rispettando gli equilibri e gli spazi (non si pretende la prateria del West, ovviamente) nei quali vivere in assenza di stress e quindi, come vantaggio collaterale, non generando tossine a ristagno nei tessuti che verranno successivamente consumati nell’alimentazione umana.

L’animale, in quanto essere vivente, non può e non deve essere considerato solo una risorsa economica da strizzare quando ancora in vita: poi da morto fate quello che vi pare, tanto il ciclo biologico porterebbe comunque la materia organica al disfacimento, ma prima no.

Qui scatta l’obiezione degli allevatori sulla “impossibilità” di rendere economicamente remunerativo un allevamento attuato con criteri “Bio”.

Perché l’animale Bio raggiunge l’età utile commercialmente in un tempo molto superiore al non Bio, bombardato di estrogeni e tenuto in condizioni di quasi immobilità perché ingrassi alla velocità della luce.

In questo caso la questione assume risvolti etici: sarei curioso di sapere in quale momento del ciclo economico di allevamento, il principio di remuneratività si trasformi in quello di avidità per cui si possa decidere di devastare la vita degli animali per aumentare il profitto.

È peraltro mia convinzione (e non solo mia), che potendo organizzare adeguatamente l’attività di allevamento si possano ottenere buoni risultati economici senza torturare nessun animale, vita innatural durante; ovviamente bisogna investire e puntare ad un guadagno non di tipo “nazista”, sennò vale qualunque forma di atrocità e spesso gli animali allevati nelle peggiori maniere si ammalano, necessitando così di un bombardamento di antibiotici etc… tutte sostanze che rimangono nei tessuti e verranno assunte dai consumatori.

Credo che sarebbe sufficiente un’analisi del sangue per stabilire il classamento igienico sanitario, nonché commerciale necessario per dare un valore adeguato sul mercato a un animale sano a fronte di uno compromesso o alimentato a forza.

Probabilmente se il Bio (autentico) fosse la maggioranza del prodotto circolante, anche i prezzi arriverebbero a non farlo più diventare “prodotto di lusso”.

Anche il momento dell’abbattimento del capo deve essere istantaneo e gestito da un sistema che “colga di sorpresa” l’animale in modo tale da eliminare tutte le conseguenze della consapevolezza di star per morire.

Sia per l’animale stesso, che per non generare ovvii stress negli altri animali dello stesso allevamento, che per il consumatore della bistecca che ne deriverà.

In conclusione vorrei auspicare la nascita e la diffusione di una coscienza in grado di riequilibrare il rapporto tra animali da allevamento e genere umano, senza la deformante visione del veganesimo a negare  l’evoluzione che fino ad oggi ha permesso ai vegani stessi di arrivare a potersi permettere di “sputare nel piatto” in cui la loro specie si è evoluta e ha prosperato, checché ne dicano.

Vorrei invitare tutti, vegani e non, a esercitare pressioni sul legislatore per imporre regole di umanità o di animalità adeguate sia in tutta la fase di allevamento che in quella, da eliminare, del trasporto di animali vivi durante il quale vengono generalmente aggravate le condizioni già esasperate subite in precedenza.

Immagino che qualcuno che la pensa diversamente vorrà farsi vivo/a perché l’argomento agita più coscienze dello sterminio dei cristiani in mezzo mondo, dato che qui non si rischia nulla.

Buona giornata

L’impertinente

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