Politica – Di padre in figlio

Donald Jr

Dopo che buona parte dell’opinione pubblica americana si è associata, idealmente, alla copertina di Time “Gli americani cominciano ad affrontare il compito di vivere sotto un bugiardo in capo” ci si è cominciati a chiedere quando gli sviluppi genetici di tanto Presidente avrebbero cominciato a dare i loro frutti.

Neanche il tempo, che so, di soffiarsi il naso, di licenziare un direttore dell’FBI, di fuggire da un accordo sul clima o di molestare un’impiegata in ascensore, ed ecco che Donald Junior decide di ricordare a tutti, e lo fa nella maniera più fragorosa possibile, di essere figlio di cotanto Papà.

Muovendosi con la perizia impagabile di un Valentino Rossi alle ultime curve, infila una sequenza di autogol degna del miglior kamikaze la marina giapponese dell’ultima guerra sia mai riuscita ad attivare.

Inizia con l’ammissione che sì, in effetti lui conosceva una certa avvocatessa russa ma, continua, se ci fosse stata la possibilità di rimediare qualcosa per screditare la Clinton, valeva la pena andare a vedere che cosa fosse; purtroppo, continua, non c’era niente che valesse la pena usare, per cui continua e finisce con il pubblicare il testo “innocente” delle mail dove comunica la propria esultanza nel caso qualcosa di infamante fosse venuto fuori.

Non so se avete notato la singolare sequenza dei fatti, ma secondo Donald Jr il fatto che non ci fosse materiale utilizzabile rappresenta l’assoluzione per tutto quanto commesso fino a quel momento.

  • Sembra che, secondo la logica luminosa di Donald Jr, rivolgersi a una giornalista russa, quindi potenzialmente con interessi diversi da un cittadino americano, magari perfino nettamente opposti, non sia assolutamente un problema: se serve a far eleggere Papà, che sostiene con convinzione (!!!!!) di non sapere nulla delle iniziative del figlio, allora anche il Diavolo è una fonte attendibile?
  • Se avesse trovato materiale significativo a carico della Clinton, avrebbe avuto il coraggio di dichiarare che arrivava dal “nemico”, o avrebbe dovuto inventarsi una fonte americana per poterlo usare?
  • Il fatto di pubblicare le mail con le quali si possa accertare il contatto con la giornalista russa, potrebbe essere usato nel Russiagate a carico di Papà, perché verrebbe confermato, una volta in più, che le elezioni americane sono state “pilotate” da Mosca?

Qualunque risposta si possa immaginare di dare a queste domande, rimane una considerazione che è a dir poco sconcertante: sia il padre che il figlio (nei panni dello spirito “santo” vogliamo metterci Ivanka e il marito?) non hanno alcuno scrupolo nel mantenere comportamenti a dir poco “borderline” e nel rifilare qualunque tipo di menzogna al popolo che dovrebbero governare.

Trump family

Come notato uso il plurale perché, alla prova dei fatti, la matrice comportamentale della menzogna patologica sembra comune all’intera famiglia Trump.

Se anche la logica Machiavellica “del fine che giustifica i mezzi” potesse essere una scusante, non lo sarà mai nella misura in cui una intera presidenza, peraltro attribuita ad un clan più che ad una persona, possa essere interamente basata sulle bugie a scopo personale che ognuno dei Trump sembra seguire come unica regola: “mi faccio i fatti miei”.

Se necessita elencare quali fini giustifichino l’uso ti tali mezzi, allora quell’elenco non l’ha mai visto nessuno, in compenso vediamo Donald Jr ammettere candidamente che a lui degli americani non importa un accidente, l‘importante era far eleggere Papà, a cui degli americani importa ancora di meno, purché possa continuare a produrre in Cina e in qualunque altro paese al mondo tranne gli Usa, aiutato in questo arduo compito dalla figlia adorata che, se non ricordo male, produce la sua linea di abbigliamento ed accessori anche lei in Cina o altro paese dell’estremo oriente.

Trump

La summa di tutto ciò, lascia sconcertati: al grido di “America first – Make America great again” i Trump stanno facendo l’esatto contrario, e l’incredibile è che riescono a farlo senza o quasi perdere consensi.

Gli americani, intorpiditi dalla valanga di notizie negative riguardanti il nuovo “first clan” credono seriamente alle parole ed agli slogan del Liar in Chief (a qualcosa bisogna pur credere), negando a forza di ottusità qualunque altra voce dissenziente, pensando che sia tutto orchestrato dai nemici dell’America.

Probabilmente non credono neanche alle immagini del gigantesco iceberg staccatosi nei giorni scorsi e ormai alla deriva: “ il riscaldamento del pianeta non c’è perché l’ha detto Donald”, padre o figlio non fa differenza.

Mi pare di aver già visto qualcosa di simile:

  1. un grande imprenditore arriva a capo di un governo sparando balle inverosimili
  2. si fa prevalentemente i fatti suoi e delle sue aziende
  3. combatte strenuamente contro giornali, magistratura e forze avverse di ogni genere
  4. millanta soluzioni improbabili per milioni di gonzi che vogliono credere che gli asini volano
  5. porta avanti i propri progetti personali continuando ad agitare la carota di improbabili soluzioni in grado di ridare benessere al suo popolo

 Com’è che si chiamava? Ah si, “l’uomo delle discese in campo”.

Dunque, se faccio due calcoli mi risulta che l’uomo delle discese in campo è molto più ricco e abbastanza più vecchio di Donald, padre o figlio non fa differenza.

Arcore

Per cui, se tanto mi da tanto, è probabile che i Donald, entrambi, siano venuti a studiare e abbiano addirittura preso un MBA (Master in Bugiarderia Amministrativa) in quel di Arcore, dove tal Silvio, un insegnante pare molto dotato e di grande esperienza, prepara i candidati ad importanti ruoli istituzionali con la spregiudicatezza di chi nel suo ruolo è stato un pioniere: l’impapocchiamento di popoli e la distrazione dei media a comando.

Parole chiave dei soggetti: imprese, denaro, politica, populismo, donne, giornali, media, magistratura, avvocati, famiglia.

Però, che talento: Silvio è riuscito a clonarsi a Washington ancora prima di lasciare Arcore, ed ha già messo in pista le generazioni successive, padre o figlio non fa differenza.

Buona giornata

L’impertinente

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