Quotidianità – Gelato di provincia

Gelateria

Voi direte, di tanti titoli stupidi possibili, non ti veniva in mente niente di meglio?

E’ più o meno la domanda che mi sono fatto io quando, reduce dalla sia pur semplice ma significativa esperienza del gelato in provincia, mi stavo chiedendo in quale maniera introdurre l’argomento, e poi mi sono detto: “non deve essere una sponsorizzazione a qualcuno, ma una valutazione serena di qualcosa che mi ha dato determinate sensazioni, per cui se non dovesse piacere, è così lo stesso, non c’è alcuno sponsor che si possa offendere.”

Che cosa vuol dire un gelato in provincia, o meglio che cosa è un gelato in città: dal che scatta il paragone.

“Andiamo a prendere un gelato?” è il denominatore comune delle due vicende, e gli elementi condivisi si fermano qui.

Operazione intelligence

In città il gelato è una operazione militare da gestire tramite la collaborazione con i servizi segreti,  ponendo estrema attenzione ai componenti collaterali al gelato stesso: il radunarsi degli amici, lo spostamento con un numero variabile di mezzi fino al luogo scelto, il mai trascurabile parcheggio degli stessi e finalmente l’ingresso nella gelateria, luogo dove si consuma il rito.

Andiamo per ordine: il radunarsi degli amici in città richiede un progetto articolato, dove una volta concordate le esigenze alimentari di tutti (scelte etiche, biologiche, intolleranze, gusti personali e singolarità varie), viene scelto il locale in grado di soddisfare le esigenze di tutti.

Lo spostamento fino alla gelateria (o, come la chiamano i nostalgici degli anni 80’, la cremeria), deve essere organizzato tenendo conto di una serie di fattori di importanza vitale per la riuscita dalla serata:

  1. La capienza delle auto, e di conseguenza…
  2. … la necessità di non mettere nella stessa auto due persone che mal si sopportano
  3. Lo stile di guida del guidatore: ormai nessuno si fa il problema, in auto con altre persone, di chiedere al guidatore di adeguare la maniera di guidare alla propria sensibilità: se guido come un’impedita la panda minimal e riesco a malapena a guidare quella, non metto la quarta in tangenziale neanche morta, non posso salire con quello che ha 150 cv perché mi viene la nausea dopo i primi 50 metri e comincio a chiedere ripetutamente e non senza insistenza di rallentare, frenare prima, non accelerare per quanto possibile, figurarsi la forza centrifuga in curva, oddio ci ribaltiamo, rallenta, rallenta, rallenta perché non ce la posso fare.
  4. Ovviamente fa da contraltare il guidatore, che se ha 150 cv o più un motivo ci sarà, e si rende conto di avere imbarcato un cadavere vivente che patisce qualunque forma di moto superi quello di una lumaca stitica, dove per la natura del problema si muove ancora più lentamente del solito perché si sente “ingombra” (i più cattivi direbbero “piena di…”).
  5. Dopo il laborioso allestimento del contenuto delle auto, il trasferimento è una passeggiata fino al momento in cui, con gentilezza e premura, i guidatori fanno scendere i passeggeri di fronte alla gelateria dicendo con sicurezza: “entrate a prendere un tavolo o mettetevi in coda: noi parcheggiamo e arriviamo”.
  6. Non è voler polemizzare se, in qualche caso, si trovano personaggi con le occhiaie incavate e lo sguardo vacuo che cercano ancora oggi un parcheggio dal ferragosto del ’93; a non tutti riesce di trovare parcheggio nei primi 15 minuti, qualcuno ci mette un po’ di più.
  7. Dopo la laboriosa difesa della posizione nella fila dei candidati all’agognato tavolo, dopo aver raggiunto il traguardo lasciando sul terreno solo un paio di contendenti, finalmente arriva un/a cameriera/e, disfatta/o dal servizio svolto a 26 precedenti comitive, che recuperando le residue forze tenta di districarsi tra una serie di esigenze personali dei clienti che, se prese singolarmente sono un grosso impegno, tutte insieme sono un biglietto di ingresso al reparto agitati nella Neurologia della Clinica Universitaria.

Voi capirete che, allo stato attuale, la qualità del gelato, buona o meno buona che sia, è solo l’ultimo tassello di una vicenda di per sé più simile alla battaglia di Stalingrado che non ad una uscita festiva con amici.

Orbene, direte voi (vi piace “orbene”? è un po’ old style ma rende l’idea – l’alternativa è “ok” ma non possiede la stessa fonetica né la stessa valenza narrativa), e il gelato di provincia che cosa ha di diverso?

Piazza Portofino, provincia sì, ma niente male

Esatto, la differenza sta tutta in questa domanda: se il gelato è di provincia, è necessario recarsi in provincia.

Per cui tutti coloro a cui la città fornisce illimitati alibi con cui far pagare agli altri le proprie peculiarità alimentari, culturali, di trasporto, di compagnia, di scelta del luogo e qualunque altro genere  di elemento ascrivibile o meno alla categoria delle “necessità personali”, scatta il timore di ritrovarsi in provincia in un luogo incivile dove

 

  1. arrivare è un dramma
  2. la compagnia si sopporta per 10 minuti, ma per un’ora non ce la posso fare
  3. il gelato lo fanno con il latte e non con la soia
  4. non dispongono della certificazione Bio che più Bio non si può, per la frutta che usano, figurati per la soia…
  5. … e se la certificazione fosse falsa?
  6. non conosco la storia familiare della mucca che ha dato il latte…
  7. … e se le mucche sono più di una che cosa faccio?
  8. … e se il carico familiare di generazioni di mucche sfruttate e abusate nei secoli dei secoli me lo ritrovo tutto nel gelato, cosa ne sarà del mio percorso di illuminazione?
  9. prima di un gelato in provincia devo fare almeno una costellazione familiare, non si sa mai…
  10. … sarà il caso di fare una costellazione anche alle mucche per liberarle da eventuali carichi familiari?

    Università
  11. … e cosa ne sarà della mia alimentazione libera da contaminanti organici, sintetici, psichici, emotivi, digestivi, gustativi, retroattivi, elettromagnetici, radioattivi e ad alta frequenza, approvata dalla Nasa, dal Cern, dalla Bocconi, dalla Cattolica, dalla Normale e dall’Accademia dei Lincei (per parità citerei anche La Sapienza e il Centro Ricerche Fiat, chissà mai che qualcuno si offenda)?

Ecco, la cosa che generalmente si verifica è che questo genere di persone e le loro legittime e personalissime esigenze, alla sola proposta di affrontare, senza alcuna rete di sicurezza, la giungla feroce ed assassina della provincia, incolta ed insensibile alla loro fondamentali ed inderogabili necessità vitali, declinano con superiorità l’invito a cimentarsi nell’impresa, lasciando il campo libero agli impavidi cui interessa solamente il gusto del gelato.

In giro per prati

Ed è qui, tra il chiacchiericcio di una umanità cresciuta andando ancora per prati a far l’amore o a rubare le ciliegie in piena notte, (magari mangiando insieme qualche pericolosissima zanzara), che il gelato, momento catartico del gusto e della soddisfazione terrena, assurge al proprio ruolo eucaristico, donando a tutti coloro che hanno scelto di superare le colonne d’Ercole (hic sunt leones)  del pregiudizio universale, la felicità di un cioccolato fondente, un croccantino al Rhum, una fragola ruspante, un Malaga senza se e senza ma, in grado di riconciliare l’uomo con il divino e con la serena semplicità della vita.

Ci sono persone che hanno talmente paura di vivere che pur di non farlo si inventano qualsiasi cosa gli permetta di avere una scusa.

Peccato per loro che tutti quelli che si vanno a fare i gelati in provincia, a quelle scuse non credono mai, e sicuramente vivono meglio.

Buona giornata

L’impertinente

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