Quotidianità – Il gastronomo meditativo

Gastronomo meditativo

La telefonata è di quelle che strappano l’imprecazione: minimo un “porca trota” (non me ne voglia il Trota), massimo due.

Con una laconica conversazione uno dei figli ti informa che sta arrivando a pranzo con fidanzata e coppia di amici al seguito: alla tua domanda “non potevi dirmelo prima?” la risposta è “prima non sapevo che si era guastato il frigo” al che, vero o falso che sia, puoi soltanto correre in un supermercato, non potendo sicuramente contare sulla previdenza dei figli nel tenere scorte adeguate di vettovaglie.

Per rimanere nei canoni del comportamento legittimo e non dare in escandescenze, ti fiondi in macchina e schizzi alla ricerca del più vicino supermercato aperto nell’ora di mezzogiorno.

Ti trovi, speranzoso, al banco della gastronomia immerso nei tuoi pensieri di involtini in gelatina, insalate russe con e senza tonno (i vegetariani hanno i loro valori da rispettare), affettati vari e formaggi più o meno stagionati con i quali allestire all’ultimo momento un pranzo dignitoso, quando ti cade l’occhio sull’addetto che sta servendo i clienti.

Sarà che nell’ora dalle 13 alle 15 l’afflusso è il più ridotto della giornata, sarà che a inizio settimana non c’è in giro molta gente, ma l’addetto in questione presenta tutti i comportamenti di un bradipo affetto da sindrome meditativa, volendo quasi yoga.

Yoga

La precisione millimetrica con la quale posiziona la carta sul piano dell‘affettatrice è uno spettacolo di simmetria, la maniera affettuosa con la quale adagia ogni singola fetta sulla carta è un atto d’amore nei confronti di una vecchia amica che parte per terre lontane, il gesto armonioso con il quale estrae il coltello per la scotennatura del prosciutto sembra chiedere scusa di dover separare l’uno dall’altra.

Non pago, al cliente due numeri prima del mio, chiede in uno slancio di attenzione da hotel 5 stelle “le basta incartato o vuole che glie lo avvolga nella pellicola?” con il che mi chiedo se l’hanno pescato in un resort di lusso piuttosto che al bar di un superyacht a noleggio charter.

Poi, con la stronzaggine tipica che contraddistingue l’occhio allenato a riconoscere il “furbo”, mi rendo conto che il personaggio, abbandonato da solo dietro il banco nell’ora di pranzo,  esegue la pantomima del maggiordomo per ogni cliente, dedicando a ognuno il tempo di una conversazione ricca di attenzioni, mentre dietro di me si sta formando un ingorgo da concerto di Vasco.

La studiata lentezza, apparentemente non condannabile ma frutto di anni di esperienza sfoggiata dal gastronomo, ha il solo scopo di scoraggiare altri clienti che, vedendo la coda e solo un addetto ad occuparsene, rinunciano agli acquisti del fresco in favore del confezionato.

Il problema è che davanti a me ce n’è solo più uno, e io sto agendo in emergenza, per cui o il tizio si da una mossa e smette di declamare amenità da trasmissione della Clerici, o mi tocca “puntare i piedi” alla ricerca di una maggiore efficienza.

Al mio turno, alla domanda “il Signore desidera?” cerco di dire il minimo indispensabile per non incoraggiare altre forme di comunicazione: le parole testualmente sono “involtini in gelatina 6, insalata russa con tonno 2 etti, senza tonno 2 etti, formaggio Roquefort 2 etti, treccia affumicata 2 etti, olive denocciolate 2 etti”.

Col che mi illudo di aver arginato le possibilità di dialogo e fornito motivazioni per agire con celerità.

Il gastronomo introspettivo percorre i 6 metri di banco fino ad arrivare in “zona involtini” con la gioiosa andatura di un condannato a morte che percorre l’ultimo miglio, o almeno così pare a me e alla mia impazienza.

Mi rendo conto di aver commesso un errore gravissimo: con la declamazione della sfilza di cose che mi servono, gli ho fornito uno spettacolare strumento per scoraggiare  tutti quelli in attesa dopo di me.

Tai chi

Più lui sarà lento e più ne scapperanno rivolgendosi al confezionato, mentre io mi beccherò senza possibilità di appello il meglio della procedura Tai Chi al banco della gastronomia.

Mi viene voglia di sollecitare il dannato paraculo minacciando segnalazioni al direttore del punto vendita o alla customer satisfaction della casa madre, poi ci penso e mi dico che se dovrò ancora entrare lì dentro, dovrò accertarmi dell’assenza del perditempo, sennò in qualche modo me la farà pagare e quindi mi rassegno, per il momento.

L’iter di preparazione degli alimenti prende all’incirca 12 minuti, per un lavoro che svolto da un altro addetto ne avrebbe richiesti 4 o 5, le porzioni sono tutte molto abbondanti perché alla domanda “che faccio, lascio?” non si può rispondere che sì, sennò ogni prodotto va ridotto, ripesato e nel frattempo arriva natale, ma oggi siamo in agosto.

Nel tentativo di dissolvere l’alone di incenso che avvolge la figura del rallentato, provo a introdurre un discorso dinamico che, per empatia, porti lui ad identificarsi nell’interlocutore assumendone i comportamenti: niente da fare, neanche con la PNL si riesce a scuotere dal proprio torpore esoterico il serafico banconista.

Il problema sta diventando che io sono ormai preda di un tic nervoso alla mano sinistra, e rischio di rispondere a suon di “che diavolo vuoi” alla terza telefonata di una moglie ansiosa che mi sta dando per disperso.

Quando mi appoggia sul banco l’ultimo pacchetto riesco a farmi dire il nome: il maledetto si chiama Sergio, e io mi precipito alla cassa meditando una mail demoniaca di segnalazione a carico del filosofo a spese altrui.

In cassa, per sicurezza, dico “simpatico il Sergio della gastronomia” e la cassiera con innocenza mi fa “ma non si chiama Sergio, hei Laura, come si chiama quello nuovo?”

Prosciutto con l’osso

Laura non lo sa e io mi rendo conto che il bastardo mi ha sgamato: dovevo avere un’aria talmente insofferente e incazzata che ha fiutato la trappola e mi ha rifilato il primo nome che gli è venuto in mente, magari addirittura quello di un innocente suo collega.

Non so se ridere o tornare alla gastronomia, saltare il bancone e infilargli un prosciutto con l’osso dove lui l’ha infilato a me (non proprio il prosciutto ma quasi) con il suo mellifluo comportamento esoterico.

Poi il buonsenso riprende il sopravvento e, sorridendo a denti stretti, mi limito a prendere nota mentalmente: se ti ricapita il gastronomo meditativo, cambia supermercato, ne va della sua incolumità e della tua fedina penale.

Buona giornata

L’impertinente

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